Una visita “speciale”. (di Mario Triberti)

Siamo andati al carcere di Bollate. L’appuntamento era con Giovanni, che fa il volontario sia a Portofranco sia tra i carcerati, e i suoi amici che da dieci anni hanno formato un “gruppo di lettura” nella Casa di Reclusione.

Tutto è nato da un dono. Uno di loro, autore di poesie, ha regalato i proventi del suo libro a Portofranco. Lo stupore per un così inatteso dono, la scoperta di un amico che non sapevamo di avere, ci ha fatto desiderare di incontrare il donatore. In realtà l’incontro si è moltiplicato per nove, tanti si sono presentati all’incontro con noi, nove persone, altrettante storie.

Sono le 14 e 30. Ci troviamo sul piazzale antistante, sotto il sole cocente di giugno, ed entriamo
nella portineria, dove consegniamo documenti e cellulari e indossiamo al collo il pass dei visitatori.
Dopodiché entriamo nel carcere, passando dallo spazio ampio dei “liberi” a quello più circoscritto
degli internati
, uno spazio grande anch’esso però: percorriamo un corridoio che ci dicono essere
lungo un chilometro, ai lati intravediamo ulteriori spazi, gli altri settori del carcere. Lungo le pareti
tanti murales realizzati dai detenuti e in una sala più interna addirittura una citazione dantesca: fatti
non foste
… e i versi colpiscono tanto Sandro da portarci tutti a vederli.

Incontriamo tante persone che passano o stanno al loro posto: guardie carcerarie, donne e uomini che saranno assistenti sociali, psicologi, avvocati, non si sa. Incrociamo i primi carcerati, perché Bollate è un carcere dalle porte aperte. Incontriamo il direttore, velocemente: sorride proprio e ci dà il benvenuto. Infine ci accompagnano in una palazzina, deputata alle attività dei carcerati. Ci fanno accomodare in una saletta: due pareti affrescate, un grande televisore, qualche sedia.

Conosciamo Luigi e Mario. Mario ha un braccio solo, o meglio il suo braccio sinistro è un moncherino. Regge un sacchetto di carta da cui estrae un oggetto: è una caravella, realizzata con gli stuzzicadenti, che tiene a mostrarci. Un capolavoro, con un braccio solo! Il suo amico Gigi tiene a dirci che Mario è l’interior designer delle celle: ha fatto belle le celle di tutti, qui! C’è una cosa che ai detenuti proprio non va giù e ce lo diranno dopo: l’idea secondo cui il buono è fuori ed il cattivo è dentro. In realtà, penso io, anche il bello si può trovare qui dentro. Comunque hanno ragione e l’incontro che nasce ce lo ha fatto verificare.

Arrivano tutti e Giovanni introduce, ci presenta, e iniziamo. Spieghiamo perché Portofranco si chiama così e che cos’è, e cosa facciamo. Il nostro Giovanni racconta l’esperienza dei colloqui coi genitori che seguono lui e Sandro. Poiché alterna italiano e brianzolo a un certo punto si ferma e chiede se han capito. Sì, rispondono; anche Alì, che è tunisino, dice d’aver capito. Io penso che nel comunicare conta il modo, non tanto il cosa; è il modo che comunica.

Ed è proprio bello il modo in cui questo incontro avviene. Gratuitamente; e infatti è soprattutto della gratuità che conversiamo, la nostra, la loro. Uno di loro chiede perché i nostri volontari vengono gratis, cosa ci guadagnano. Alzo la mano, io, io, voglio rispondere io! Racconto uno dei primi colloqui che ho fatto a Portofranco: una ragazza, nera nera, del Camerun mi pare, che da due mesi nemmeno riusciva ad andare a scuola. Se ne stava seduta per terra, in piazzale Loreto, nella stazione del metro, invece d’andare dove avrebbe dovuto. Passa un signore, si ferma e le chiede se sta bene. Lei risponde che no, sta male e perché. Quel tipo le dice, di rimando: c’è un posto che si chiama Portofranco. Perché non vai? Ti possono aiutare. Ed è venuta infatti e ha fatto il colloquio proprio con me. Poi dopo quel giorno, e ancora mi fa male il pensiero, non si è vista più e tante volte mi son chiesto quale fosse il valore dell’incontro vissuto e perduto. E allora ho detto al carcerato che è stato per me, per quella ragazza non so, ma mi rendo conto che è stato per me e che io frequento Portofranco perché mi conviene, perché è anzitutto bello e buono per me e che l’altruismo, da solo, non regge.

Adesso Gigi e Ronnie chiedono a Ilenia, unica donna presente, perché, dopo essere stata studentessa a Portofranco, ha continuato a venirci col servizio civile, da universitaria. E lei, “mi è proprio piaciuto”, ha risposto raccontando fatti. Durante la festa di fine anno, è tradizione a Portofranco distribuire dei premi. Ilenia ricorda di avere vinto il premio miss terrazza, perché trascorreva tanti pomeriggi sul terrazzo di Portofranco, radunando attorno a sé 15 o 20 ragazzi a studiare forse, ma forse no. E poi rammenta d’aver ottenuto il premio per il maggior numero di appuntamenti non effettuati. Insomma della sua storia ricorda i premi, che sono gratis e, meritati o meno, esprimono affezione. Infine abbiamo scoperto la loro gratuità. Ma voi perché frequentate il gruppo di lettura? Uno ha risposto che la lettura non gli interessa proprio, non ha mai letto un libro, ma viene perché gli piace ascoltare. Un altro, che è laureato e che ha sempre letto, da libero, almeno due libri alla settimana, risponde che viene perché non vuole buttare via questo tempo di carcere. Un altro racconta che, durante la chiusura della pandemia, ha trascorso mesi aspettando il ritorno di Giovanni e la ripresa dei loro incontri. Tornerà? Quando tornerà?

Veniamo a sapere che i carcerati svolgono delle attività più o meno dovute; sono quelle istituzionali, promosse dal Ministero, che possono, alla fine, consentire qualche sconto di pena. Sono impegni di forma, che nessuno, a quanto pare, segue convinto. Le attività svolte coi volontari invece non offrono vantaggi, ma sono di sostanza. E gli incontri seguiti da Giovanni, ci rendiamo conto, sono attesi e desiderati. Oggi, insomma, sono con noi gratis. Sono venuti, come accade a tanti anche a Portofranco, perché vogliono venire, non perché devono.

Mario, quello del moncherino, che non ama tanto leggere, ma soprattutto ascoltare e fare, promette di costruire con gli stuzzicadenti, per noi, un modellino di faro, quello del nostro logo. A quanto capisco gratis, ma io pagherei.

Dopo quasi due ore arriva il momento dei saluti: strette di mano, abbracci. Alì in particolare abbraccia tutti e poi ci regala un sacchetto pieno di libri. È intelligente, sa che il dono lega chi lo riceve a chi lo fa, ma non c’è bisogno. Siamo già legati, affezionati.

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