Una questione di sguardo
26 Febbraio 2025 2025-02-26 15:40Una questione di sguardo
Una questione di sguardo
Un’equipe di psicologi fa un’indagine in una scuola su un gruppo di bambini e consegna alle maestre l’elenco dei più intelligenti. Tornano alla fine di un anno per sapere com’è andata.
E le maestre confermano che i bambini segnalati sono proprio i più intelligenti. Ma c’è una sorpresa: gli psicologi avevano scelto a caso e quei bambini sono diventati i più intelligenti perché trattati come tali.
E io, ho uno sguardo così positivo sugli studenti che vengono a Portofranco?
Con questa domanda Paola apre gli interventi dei volontari che s’incontrano a Padova per condividere l’esperienza di questi mesi al Portofranco di questa città.
È allora una questione di sguardo, dello sguardo carico di stima nei confronti di un ragazzo. «Magari non insegno», dice Federica, «la mia materia, che sarebbe inglese, e accompagno un giovane a studiare psicologia. Non posso così contare sulla mia capacità, sulla mia performance. Quello che fa la differenza è appunto lo sguardo tra due persone: il mio sul ragazzo e il suo su di me».
«La fiducia!», dice Cristina, trasmettere fiducia nelle proprie capacità. «Sono qui da poco e mi stupisce l’amore che qui si respira». L’ amore, la gratuità.
Paolo fa lezioni on line e ringrazia per l’opportunità datagli di svolgere un gesto gratuito. Essere gratuiti, è quello che il cuore desidera. Anche Elena, un’universitaria, ringrazia. Portofranco è un’occasione per aprirsi, per non essere chiusi nei propri problemi.
Quando esce di qui è contenta e ha mille cose da raccontare di quello che qui accade.
Giusy è invece in pensione da due anni. Si mette in gioco, riprende in mano la sua capacità di relazione con i giovani, scopre che insegnare è una vocazione: la passione educativa non viene mai meno.
A impressionare tutti è Elisabetta, in pensione, laureata in lettere classiche alla Sapienza di Roma. Ricorda quando, da una città del sud si sposta con la famiglia a Firenze.
Viene iscritta al liceo classico, ha quattordici anni, avverte subito una certa freddezza. Vorrebbe capire, apprendere, ma l’ambiente è ostile. Un giorno sbaglia un accento leggendo dai Promessi sposi. L’ insegnante inorridisce, le dice che dal sud vengono solo asini, che è fuori posto in quella scuola.
Tutta la classe si mette a ridere.
Le cose cambieranno per Elisabetta quando la famiglia si dovrà trasferire di nuovo e lei incontrerà insegnanti che l’accettano. Da questa esperienza capisce che l’accettazione è il primo atteggiamento richiesto a un insegnante. Nell’ accettazione si può accompagnare umanamente anche alla bocciatura.
«Il rapporto personale!» Esclama Gianni Mereghetti, venuto da Milano per incontrare i “padovani”. «La genialità di Portofranco sta nel rapporto personale. Nei corsi di recupero si ricrea in piccolo la dinamica di una classe. Invece ogni insufficienza ha un’origine diversa. La si può affrontare tramite il metodo del rapporto personale».
Pia si chiede perché sia così contenta dell’esperienza di Portofranco. E si risponde che da un lato è un clima di gratuità di rapporti che si respira, dall’ altro è che fare del bene è un’esigenza della nostra umanità. Noi non possiamo colmare il bisogno dei ragazzi, ma aiutandoli facciamo un passo verso il compimento di noi stessi.
Si susseguono altri contributi. Tutti sottolineano che andare a Portofranco per svolgere un gesto di carità è innanzitutto una ricchezza per sé.
Luciano, il Presidente dell’Associazione, è entusiasta del modo con cui i ragazzi si stanno affezionando: entrando e uscendo si fermano con lui a parlare per mettere in comune esperienze positive e problemi. È molto contento del rapporto con gli altri volontari che sono commoventi per il modo con cui si dedicano ai più giovani.
Gianni infine fa notare come tutti gli interventi evidenziano l’esistenza di un lavoro su di sé. A Portofranco si potrebbe dare, dare, dare ma senza questo lavoro su di sé si rimane aridi e vuoti. E questo perché i primi che hanno bisogno di uno sguardo gratuito, amorevole siamo noi. Qualsiasi cosa accada o c’è questo lavoro su di sé oppure uno se ne va. Anche difronte alle cose belle.
Oppure si gestisce un’attività, ma senza questo lavoro su di sé ci si abitua.
Infine, Gianni affida a tutti un compito: certe cose bisogna scriverle perché siano utili a tutti. Così è nato il tentativo di scrivere un articolo come questo.
Gli Amici di Portofranco Padova