L’urgenza di un inizio

Sabato 10 aprile si è tenuto, on line (per forza, oggi è così), un evento importante. Difficile da restituire in un breve  scritto, per le tante  e tante sollecitazioni che hanno dato i personaggi coinvolti nell’iniziativa promossa da Portofranco Italia: Eraldo Affinati, scrittore e insegnante, fondatore della Penny Wirton, una rete di scuole gratuite di italiano per stranieri; Pierluigi Bartolomei, scrittore, attore e direttore generale della scuola professionale Elis; Giovanni Desco dirigente del Miur; Gabriele Toccafondi, deputato al Parlamento e già sottosegretario all’Istruzione.


A tema l’emergenza educativa, che non è nata certo con la pandemia, ma che la pandemia ha reso più palese che mai. Ed emergenza rima con urgenza.


Cosa accade se, ancora una volta, l’emergenza educativa verrà ignorata? Cosa accade se i giovani, come succede soprattutto al Sud, abbandonano gli studi? Se la dispersione, come risulta dalle tendenze statistiche, raggiungerà uno studente su cinque? Se le periferie, anche al nord, diventano le bombe esplosive del disagio? Se nella DAD gli schermi si spengono?


Cosa accade se manca ancora una formazione vera degli insegnanti? Se il Ministero continua ad ammettere l’urgenza educativa solo se la parola “educazione” si trova accompagnata dai complementi, come l’educazione all’affettività, alla salute, all’ambiente …. Se nella scuola la questione educativa è roba da riservare agli specialisti, assistenti sociali o psicologi che siano, mentre gli insegnanti, che si devono occupare di istruire soltanto, restano fuori dalla porta?


Ci sono i fatti, però, questa volta positivi, del volontariato e della scuola pur così com’è, a suggerire un metodo, ad indicare una strada. Alla Penny Wirton in 50 città italiane gruppi di volontari aiutano gli stranieri ad imparare l’italiano fondando “scuole volanti”, come e dove si può, addirittura, in certi casi, all’aperto. Hanno inventato dei “terzetti didattici”, nei quali, per fare un esempio, l’immigrato è affiancato da un volontario adulto e da un ragazzo in alternanza scuola – lavoro, oppure, ed è un altro caso, un profugo irakeno affetto da sordità impara l’italiano in un terzetto ad hoc, i cui volontari conoscono il linguaggio dei segni; e poi c’è Catania, dove dei ragazzi disabili fanno loro da professori di italiano ai giovani immigrati, perché insegnando si impara e dando si riceve.


Dal Centro Elis di Roma sono nate iniziative come lo Chalet della Terza Età: ragazzi della scuola professionale realizzano interventi domestici a favore degli anziani. L’alternanza scuola lavoro poi, spesso di così problematica attuazione, si fa davvero, nella scuola romana, al punto che quasi il 100% dei ragazzi diplomati trova un’occupazione dopo il diploma. E le aziende chiedono di assumere “i ragazzi di Elis”. Secondo Pierluigi Bartolomei, il preside, “la scuola dovrebbe essere bella, con insegnanti come maestri”.


Le sollecitazioni? Una fra tutte la proposta di realizzare una Federazione Nazionale che metta al centro del dibattito e dell’opera l’Educazione non solo nell’ambito scolastico, bensì nel Paese, collegando insomma tra loro le realtà no profit di tutta Italia e cercando di realizzare ponti con l’Istituzione …

… con la quale certo il rapporto non è facile: l’intervento di Pierluigi Desco, dirigente ministeriale, ha raffreddato gli animi, quando osservava che c’è una distanza siderale tra gli interventi di sostanza del no profit  ed il lavoro sulle forme della Pubblica Istruzione. E chiedeva se sia possibile mettere “le forme” a disposizione della “sostanza” o fare in modo, almeno, che le prime non ostacolino la seconda. Oggi non esistono più valori condivisi, ha aggiunto, e dunque qual è l’educazione possibile anche nel mondo dell’istruzione?


Anche questa è una sollecitazione, negativa sì, ma grande, da raccogliere ora; del resto il dirigente osservava poi che “il messaggio più diseducativo che potremmo mandare oggi è che viviamo un non-tempo, invece è questo il tempo da vivere, e ciò può trasmetterlo anche un insegnante di elettrotecnica”.


Ci fosse solo questo riconoscimento –  che è “oggi l’occasione per ripensare la scuola”- basterebbe quale terreno comune per lavorare insieme con chiunque, per formare “adulti che trasmettano un senso, una passione per la vita”, come ha detto Gabriele Toccafondi.


Forse è ora di pensare, realizzare e diffondere nel nostro Paese un Manifesto dell’Educazione.

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