Invito all’ascolto #4

La ragione (adeguata) per studiare

L’incontro più recente del corso maturandi 2021 ha toccato le corde più sensibili di tutti. Mai così tante le domande raccolte alla fine di una lezione, come in questa, tenuta dal prof. Valerio Capasa. Argomento la letteratura del Novecento. Domanda chiave “cosa si salva sull’orrore” , da un testo di Cesare Pavese. O piuttosto “cosa ci salva”, adesso, in questa crisi che tanto pesantemente condiziona la vita.


Mai come adesso studenti e professori soffrono una scuola che non c’entra con la vita, con le domande, il disagio, la sofferenza personale e collettiva. Era già così, ma con questa pandemia è più grave che si perpetui la frattura tra la scuola e la vita. Era già così. Noi siamo come Enea (ha detto il professore) in fuga da Troia in fiamme, che porta il vecchio padre Anchise sulle spalle e trascina il piccolo Ascanio per mano: una tradizione che portiamo con fatica, da sostenere mentre dovrebbe essere lei a sostenerci, ed una speranza nel futuro troppo piccola perché possa camminare con le proprie gambe. La grande tradizione che scuola e società stentano a comunicare, perché scarseggiano gli adulti impegnati a riviverla, perché la scuola s’affida per consistere a progetti e programmi, spiegazioni e interrogazioni. Tante giornate tutte uguali, ritmate da spiegazioni e interrogazioni, spiegazioni e interrogazioni …


La crisi c’era già, prima della pandemia, quando risplendeva un tranquillo sole. La letteratura è preziosa perché profetica, perché ci dice, anche nei tempi apparentemente più solari, che la normalità, che tanto adesso desidereremmo ritrovare, è solo apparente. Così è accaduto, durante la Belle Epoque o durante il Boom, nei tempi insomma in cui pareva che tutto, finalmente, andasse bene o meglio. Era così, prima della pandemia. Pareva che certe domande, ormai, fossero superflue e che ogni risposta fosse ormai disponibile sugli scaffali dei supermercati reali o virtuali. Ma la letteratura è profetica, ostinata, ci rammenta che siamo domanda e non ci bastiamo, come in questa poesia di Clemente Rebora, che il prof relatore ha citato:

Un guasto occulto mi minava in basso,
un lutto orlava ogni mio gioire;
l’infinito anelando, udivo intorno
nel traffico o nel chiasso, un dire furbo;
Quando c’è la salute, c’è tutto;

Ribellante gridava la mia pena:
ho sbagliato pianeta!

La domanda, è vero, è pericolosa, è scomoda, non lascia tranquilli, e poi la letteratura è sì profetica, ma è un profeta negativo, che grida il vero problema, ma sovente stenta o balbetta nell’offrire una risposta: scriveva Montale “non domandarci la formula che mondi possa aprirti sì qualche storta sillaba e secca come un ramo”Però ci accende e ci mette sulla strada, verso il compimento che ci attende, come esclama Renzo, ricordato dal nostro professore, alla fine dei Promessi Sposi: “la c’è … la c’è … la c’è!”.


Perché questo incontro è stato tanto bello? Perché così tante le domande degli studenti, così tante che è mancato il tempo di riferirle tutte? Perché è stato il saggio, o piuttosto l’assaggio, del nesso possibile tra studiare e vivere. Quanto è decisivo scoprire che Foscolo, Leopardi, Montale, Ungaretti, Caproni, Pavese … c’entrano con me, han da dire qualcosa a me! E’ successo insomma quel che sta scritto ad un certo punto dei Sepolcri foscoliani: “A egregie cose il forte animo accendono l’urne de’ forti,”. Le urne sono gli autori che dobbiamo studiare o piuttosto i loro testi, che restano tombe, se non vi è qualcuno, vivo, che li legga. Ma cosa è necessario perché i sepolcri tornino ad essere vita? Che il lettore condivida già la domanda che ha mosso l’autore (e Foscolo ha ripetuto non a caso lo stesso aggettivo “forte”!), perché qualcuno gliel’ha ridestata, questa benedetta domanda di cui siamo fatti. E allora può succedere quanto segue, sempre nei Sepolcri foscoliani: “e bella e santa fanno al peregrin la terra che le ricetta”, cioè la stima, la passione, l’amore addirittura per la “terra” che accoglie quelle “tombe”, per quegli autori in programma prima tanto estranei e per chi, maestro, ce li fa riscoprire. (Mario Triberti)

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