Il saluto. Un attimo prezioso. (di Giovanni Borgonovo)
30 Giugno 2022 2022-11-16 15:02Il saluto. Un attimo prezioso. (di Giovanni Borgonovo)
Il saluto. Un attimo prezioso. (di Giovanni Borgonovo)
La notte di Natale del’ 69, papà stava male da qualche giorno e la mamma radunò i suoi dieci figli, la più grande aveva 31 anni, la più piccola 6, io 21, al capezzale di papà. Papà stava morendo. Quante lacrime. Quale commozione. A un certo punto papà aprì leggermente gli occhi. Ci guardò quasi ad abbracciarci e li chiuse per sempre. Ci portò con sé. Quell’attimo non si è più cancellato dalla mia memoria. Per sempre nello sguardo del papà. L’ultimo silenzioso saluto: un abbraccio degli occhi. Morenti.
Nell’aprile del ’71 sbarca, a Milano, la comunità di Nomadelfia per una giornata in visita alla fiera campionaria. Si muoveva allora mezzo mondo per vedere quanto vi era esposto. Una quantità incredibile di visitatori. Tra questi un ragazzino che, la sera, tornato con tutti gli altri a Nomadelfia, interrogato da don Zeno, il fondatore di questa comunità, su quel che aveva visto, rispose: non c’era nessuno. Come!? replicò don Zeno. Nessuno mi ha salutato, disse il ragazzino, tra lo sconcerto ti tutti. A Grosseto, dove viveva quella comunità, tutti, quando si incontravano, si salutavano. Quando seppi di quella vicenda, sbalordii. Faticai a capire. Ma cosa c’è nel cuore e nella testa dei bambini? Con quel paradosso straordinario aveva fatto centro.
A Portofranco, tutti i giorni, i ragazzi che vengono a studiare, passano davanti alla mia scrivania. Quando poi se ne vanno a casa, spesso, fermo qualcuno per chiedergli cosa ha fatto, come è andata, perché lo vedo un po’ impacciato, intimidito. Contento però d’essere interpellato, guardato. Che mi interesso a lui. Pare si aspettino proprio questo: un saluto. Io non voglio che se ne vadan come sono venuti. Voglio che portino con sé il mio saluto, qualcosa, col mio saluto. Ma mi paion cose così piccole, anche un po’ frettolose, soprattutto perché in quegli occhi vedo un grande bisogno di essere, di essere felici. E io che faccio? Ma sapermi parte di una cosa così bella e grande, come mi ricordan, tutti i giorni, i genitori di questi ragazzi, rafforza il valore di quel gesto, di quel saluto, strappandolo, all’apparente inutilità dell’istante.
Quando andavo a trovare mia madre e stavo con lei in compagnia e poi, a un certo punto, la salutavo, cercava qualcosa, che doveva darmi: un soldo, delle uova, un pentolino di minestra “quella buona” diceva. Insomma qualcosa di lei doveva restare con me. Voleva farmi compagnia, anche dopo essermene andato, con quelle umili semplici cose. Così commoventi.
A Portofranco tutti i volontari si muovono perché le difficoltà piccole e grandi dei ragazzi trovino occhi e cuori che san vedere e abbracciare.
