“Cercatori di speranza”, un dialogo sulle domande dei giovani

bergamo

“Cercatori di speranza”, un dialogo sulle domande dei giovani

«Non sono niente. Non sarò mai niente. Non posso voler essere niente. A parte questo, ho dentro di me tutti i sogni del mondo». Queste parole di Fernando Pessoa sono state come il fil rouge dell’incontro organizzato da Portofranco a Bergamo la sera del 22 novembre scorso, dal titolo “Cercatori di speranza”.

Un dialogo con educatori appassionati sulle sfide e le domande sempre più drammatiche che pongono i giovani, anche a partire dai recenti fatti di cronaca. In effetti, il tentativo di Portofranco di incontrare i ragazzi a partire dal loro bisogno di studiare coglie sempre, più o meno profondamente, la loro esigenza di essere guardati e ascoltati, amati, insomma.

Per questo motivo non possiamo non sentirci interpellati da tutto il grido di dolore e dalla domanda di senso che emerge, oltre che dagli incontri quotidiani sui banchi, anche dai fatti di cronaca, la cui notizia ci sconvolge e ci commuove fin nelle viscere. Proprio da questa tensione tra il sentimento del nulla che siamo e il desiderio infinito che ci costituisce è nata l’idea di invitare genitori, insegnanti e operatori di Portofranco ad un incontro, aperto comunque a tutti, per chiederci come guardare a tutto questo grido, senza chiudere la questione con definizioni, analisi e giudizi che rimangono alla superficie di noi e non scuotono il nostro intimo in profondità. L’invito è stato raccolto da una sessantina di persone ed è stato anche l’occasione per presentare Portofranco alla città. 

«Ma noi li ascoltiamo veramente?», domanda Carmen, un’insegnante, nonché mamma di due ragazzi che frequentano Portofranco. Don Simone Riva, sacerdote di Monza e insegnante in un istituto tecnico, ha raccolto la provocazione, portando la sua esperienza e documentando con fatti la sua incessante tensione ad intercettare l’umanità di chi ha davanti. «Dai, prof, inizi!», lo provoca a lezione un ragazzo tra la baraonda generale che mette a subbuglio una classe dopo un’ardua verifica di matematica. «Con chi inizio?», domanda un po’ scettico il prof. «Inizi con me!». Questa imprevista risposta dello studente suggerisce al prof che si parte ogni volta da un volto preciso; è questa attenzione che toglie la preoccupazione di risolvere i problemi dei ragazzi. Don Simone, così sbaraglia le carte: il problema non sono i ragazzi, ma il punto siamo noi adulti: essere noi i primi a vivere il gusto di un lavoro su di sé per poter cogliere la propria umanità vera e quindi intercettare quella dell’altro. «I nostri ragazzi, quando ci incontrano, che cosa incontrano?»: la sfida di don Simone ha colpito subito al cuore molti dei presenti e ha mosso altri a porre delle domande urgenti a partire dalla passione di educare, mescolata spesso ad un senso di impotenza a rispondere veramente alle esigenze dei ragazzi.

«Don Simone spiazza e ti rimette in una posizione di ri-inizio»: così commenta una persona uscendo dal salone. Ma anche senza parole, la faccia di tanti è una faccia contenta, una faccia più certa che una strada c’è. 

 

Vanda, Portofranco Bergamo