Cagliari, Giubileo degli educatori
28 Aprile 2025 2025-04-28 14:43Cagliari, Giubileo degli educatori
Cagliari, Giubileo degli educatori
Non è stato un raduno dedicato a una categoria di professionisti. L’educatore non è un professionista.
Lo abbiamo capito meglio nel corso del pomeriggio in cui il Vescovo ci ha invitato per un incontro di riflessione, di testimonianza e di preghiera.
Eravamo tutti laici implicati in vario modo nel mondo della scuola. Ma non eravamo tutti insegnanti.
Una delle testimonianze che sono state richieste da chi ci ha convocato è stata proprio quella di un volontario di Portofranco che non ha mai fatto il professore. Si chiama Lorenzo, è un ingegnere che ha lavorato per anni in grandi aziende nel settore dell’energia, padre di quattro figli e da pochi mesi in pensione.
Alto e magro, ha uno sguardo furbo e un temperamento vivace, con la battuta scherzosa sempre pronta sulla punta della lingua. Ogni settimana fa lezioni individuali di Matematica, di Fisica, di Elettronica e perfino di Estimo, perché è bravo in tutte queste materie e soprattutto perché si è appassionato al nuovo impegno.
Non ha usato un linguaggio particolarmente forbito, ma ha espresso un’idea chiara: l’educatore è un uomo che nel rapporto con i giovani mette in gioco la propria libertà, è uno che si mette in cammino, che rischia nel lasciarsi guardare e anche giudicare dai ragazzi. È uno che ha una certezza, che non confligge con la drammaticità della vita, con l’inquietudine di fronte alle circostanze, con la tensione della domanda.
Il Vescovo, Giuseppe Baturi, ha aggiunto alcune parole che mi permetto di sintetizzare:
«La vera passione dell’educazione è nel trattare la grande questione: Chi sono io? Non si può educare se non si parte da questa domanda, che ci fa umili: siamo tutti cercatori, assillati da questa domanda. Il tema del Giubileo è la Speranza: la virtù di chi corre verso la meta, verso la felicità, verso la pienezza della vita, perché non l’ha ancora conquistata.
Essere educatori è diverso da essere formatori. Non si tratta, cioè, di dare forma ai ragazzi, di addestrarli, di trasmettere delle abilità, ma di trovare il diamante nascosto in ognuno di loro. Il diamante non brilla se resta nella profondità della terra, deve essere portato alla luce, deve venir fuori dal cuore di ogni persona.
È necessario un rapporto: per introdurti alla realtà occorre non essere soli, per fare questo, è necessario implicare sé stessi con verità. Noi possiamo educare se stiamo nella realtà, se siamo attratti dalla realtà: si impara per un piacere non per un dovere. Non esiste lavoro più bello di quello dell’educatore».
Giorgio Laspisa, Portofranco Cagliari