A teatro si va per incontrare..

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A teatro si va per incontrare..

Abbiamo tutti in cuore delle storie che ci hanno fatto volare l’immaginazione; storie che ci hanno permesso di comprendere meglio il senso di alcuni rapporti; storie che hanno reso possibile convivere con alcuni dolori o che ci hanno fatto esprimere la gioia di vivere. Certe storie non si dimenticano, alcune addirittura si rileggono e arrivano a intercettare il bisogno del momento, ci consentono di aprire un pertugio illuminante nella inquietudine che magari viviamo.

Anche “Il Gran Carbonchio” è una di queste. Metterla in scena col titolo La Grande Gemma è stata un’avventura così bella che la vogliamo tutti ripetere, ragazzi e adulti del Laboratorio “FARteatrO” e ne avremo l’occasione in autunno con la partecipazione al Fringe Milano Off.

All’origine della scelta del copione ci sta un incontro: quello del Professore e volontario Mario Triberti e l’autore Nathaniel Hawthorne. Hanno “convissuto” per anni l’avventura scolastica: era uno dei suoi racconti preferiti, letto con trasporto ai propri alunni, a loro volta stupiti delle varie posizioni con cui gli otto pellegrini andavano alla ricerca della grande gemma, della sua luce. La preferita era quella dei due innamorati che ne riconoscono il valore ma la lasciano lì non volendo possederla. Come per Mario, l’amore di Mattew e Hannah è il riflesso di un Amore più grande. Scuote anche solo a leggerlo questo racconto, immaginate cosa possa significare interpretarlo.

Occorreva, tuttavia, inserirlo in un contesto affine ai ragazzi di Portofranco. Ecco l’idea di ambientarlo in una classe, caleidoscopio di umanità e desideri.

Ai primi “banchi” coloro che vogliono essere protagonisti, nel bene e nel male, che si impongono a lezione come nella vita (Pietro, Grace, Luca e Isabel); dietro a loro chi, al contrario, procede in modo più discreto, quasi in sottotono ma scavando dentro i contenuti e dentro di sé (Giulia, Matteo, Davide e Anna); nella reiterata” ultima fila” coloro che sembrano voler sparire, che hanno tuttavia la visuale più ampia essendo in fondo all’aula (Alessio, Martina, Chanel, Camila, Letizia e Sofia).

Ai primi otto il professore assegna il ruolo di Pellegrini e, fin dalle prime battute, i loro nomi non corrispondono a quelli reali come a sottolineare il carattere transitorio delle loro figure, il loro essere “per definizione” in cammino. Gli altri sei alunni hanno il volto coperto in parte da una maschera a significare che la saggezza umana (ricorda in questo il coro greco) non è sempre in grado di comprendere il mistero dell’esistenza anche se ne avverte la voce. L’evoluzione della storia ricalca simbolicamente il cammino di tutti gli uomini, la ricerca di un significato. l’Autore considera imprescindibile per l’essere umano avere un ideale per cui vivere, qualcosa o qualcuno che dia ad ogni istante bellezza e sapore. L’omaggio, fatto da un personaggio che nello spettacolo è rappresentato dalla poetessa Giulia, al volontario Triberti avviene alla fine. Versi ispirati i suoi, autentici e nati da quanto vissuto in prima persona: l’attrice Nichelle ha fatto il suo primo colloquio d’ingresso a Portofranco proprio con lui nel 2022. Versi che dicono di come si possa affrontare la paura in assoluto più grande che l’uomo possa provare cioè la morte:

Immagina, distante ma vicina / ignota ma accogliente /

la speranza in qualcosa che non muore.

Cristina Milesi, Portofranco Milano