Leopardi e il saluto da bro

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Leopardi e il saluto da bro

J – “Il professore Maurizio?”

M – “Eccomi. Tu sei?”

J – “Jussef”.

M – “Devi fare?”

J – “Italiano. Conosce Leopardi?”

M – “Quanto basta, suppongo. Come vai a scuola?”

J – “Male”.

M – “Come mai? Fai fatica a capire o non studi un tubo?”

J – “Faccio fatica a capire perché I professori non mi fanno piacere niente”.

M – “Beh. E tu prova ad accorgerti di cosa piace a te. Io in quinta ginnasio, era giurassica, avevo un professore di italiano che ci faceva studiare i Promessi Sposi praticamente a memoria. Mi è sembrato il libro più noioso del mondo. L’ho riletto in seguito da me, per mia decisione e seguendo il mio gusto, e ho scoperto una meraviglia. Poteva anche non piacermi, ma sarebbe stato comunque un giudizio mio. Dai, Leopardi. Siamo a zero o qualcosa ha già studiato?”

J – “Sì. La vita”.

Si mette a ripeterla, un po’ meccanicamente, ma non è che non sappia niente. Siamo sopra lo zero. Andiamo avanti e leggiamo insieme il libro. Sta scritto, a un certo punto, in sostanza, che Leopardi parte dalla sua gobba per riflettere pessimisticamente sulla condizione umana. O Signur.

M – “Mmm. La gobba ce l’avevam ma aveva anche un cervello e un cuore. Fa conto che Leopardi aveva un desiderio fortissimo di capire il senso di tutto, cosa stiamo a fare al mondo e perché ci sono le stelle in cielo; (andiamo al Canto notturno di un pastore errante e ne leggiamo qualche riga…, ndr); un bisogno che via via si dispiega come desiderio di bellezza e desiderio di verità. Cuore e cervello. Questo è un versante, a mio parere quello più interessante, su cui oscillava. L’altro versante su cui oscillava è che sentiva la realtà come qualcosa di negativo e di ostile, la vita come una fregatura rispetto al suo desiderio. Questo pessimismo dipendeva molto dalla sua esperienza (famiglia oppressiva, malattia, materialismo ateo). Ma il desiderio era più profondo, insopprimibile, ed è qui la grandezza della sua poetica”.

J – “Prof, lei da ragazzo giocava a pallone?”

Non so come gli è saltata fuori questa domanda, ma il nesso c’era, solo non ricordo quale. Forse il “che cosa ti piace”.

M – “Oh sì, come tutti a quei tempi, all’oratorio la domenica, per strada o un un prato o in cortile o un strada fuori di scuola tutti i giorni. I golf per terra segnavano i pali; la traversa non c’era, cioè la si immaginava. Tu?”

J – “Sì sì, in una squadra”.

M – “In che ruolo?”

J – “Portiere. Un ruolo pesante, se sbagli sei svergognato di fronte a tutti”.

Nell’ultima partita ha fatto una papera ed è ancora mogio mogio adesso.

M – “Non conosco nessun superportiere che non abbia mai cappellato. Tu come pensi di essere, bravo?”

J – “Sì. Con le mani i pugni e i piedi”

M – “E nelle uscite?”

J – “Si. Bene sulle palle basse, sulle alte devo migliorare”.

M – “Quindi una cosa che ti piace, c’è. Il calcio. Altre, se stai attento, le scoprirai. Intanto sai già che si può migliorare. Leopardi ti piace?”

J – “Mmmmm”

M – “É difficilotto, lo so, ma dice cose che anche tu hai dentro, secondo me. Non è che un ragazzo non ha desideri, se non si censura da sè. Dimmi un tuo forte desiderio”.

J – “Di finire presto questa scuola” (è al quarto anno)

M – “Intanto hai ancora un anno, io non lo butterei via. E poi che vorresti fare?”

J – “Andare all’università, o a lavorare”.

M – “All’università devi pur sempre studiare”.

J – “Sì ma cose concrete, che servono per andare a lavorare, cioè per avere i soldi”.

Evito l’omelia “i soldi non sono tutto nella vita” e gli vado dietro.

M – “Capisco, fare ingegneria o informatica o economia può darti più opportunità. Ma tieni presente due cose. Primo: per quanto bene impari una specializzazione, quando esci il mondo produttivo sarà sicuramente più avanti. Dovrai sapere, certo, ma essere in grado di apprendere ancora, di relazionarti positivamente, affrontare gli imprevisti. Questo un po’ lo puoi imparare facendo il portiere, per dire. Perciò deve crescere la tua persona tutta, non solo una particolare competenza. Uno strumento importante per questo, insieme all’educazione, è la cultura.  Un ingegnere – questa è la seconda cosa – un informatico, un manager che non abbiamo desiderio di abbracciare il senso di quello che fa, di vederne il nesso con tutto il resto della vita umana, non è un buon ingegnere né un buon manager”.

I soldi. Stramaledetta mentalità comune, che grava addosso a un ragazzo (tra l’altro mussulmano) di 17 anni. Grava, ma non è detto che l’abbia vinta. L’ora è finita.

M – “Dai, su Leopardi abbiamo piantato due o tre paletti. Adesso vai avanti tu a leggere le pagine dopo. Ciao Donnarumma. Ohe, mi raccomando, fa il bravo”.

J – “Ciao”.

E mi sbatte la mano sulla mia, afferrandola in un dap, tipo vigoroso braccio di ferro, che meglio – ho appreso dall’IA – si dice saluto da bro. Insomma, tanta roba. Che vale più di mille parole (…le mie). Certo, la mentalità comune grava, ma non è proprio detto che l’abbia vinta. È un bel match. Ma un dap è segno di qualcosa che può fare la differenza.

Maurizio Vitali, Portofranco Milano