Ci sono persone che non fanno rumore, ma cambiano la traiettoria delle vite che sfiorano.
Mario Triberti era così: una presenza discreta e necessaria, uno di quei volti che, quando entravano in una stanza, portavano con sé un’aria di casa.
A Portofranco non era soltanto un volontario.
Era un modo di stare con i ragazzi: attento, paziente, capace di ascoltare senza fretta e di dire la parola giusta senza mai alzare la voce.
Aveva quella rara qualità di chi non si mette davanti, ma accanto. E proprio per questo diventava un punto di riferimento.
Molti studenti ricordano il suo sorriso un po’ timido, la sua ironia gentile, la cura con cui si sedeva accanto a loro per affrontare un esercizio difficile o un momento complicato. Non cercava di risolvere tutto: cercava di esserci.
E questo, per tanti, ha fatto la differenza.
Tra i volontari era un compagno leale, uno che non si tirava indietro, che sapeva incoraggiare e sdrammatizzare, che portava un senso di stabilità anche nei giorni più faticosi.
Aveva uno sguardo che vedeva il bene possibile, anche quando era nascosto.
Oggi, nel ricordarlo, non si tratta solo di custodire la sua memoria, ma di continuare quel modo di stare con gli altri che lui ha incarnato.
La sua presenza rimane nei gesti quotidiani: in un ragazzo che si sente accolto, in un volontario che trova la forza di ricominciare, in una comunità che non smette di credere che ogni persona meriti tempo, attenzione e fiducia.
Mario Triberti resta così:
una luce quieta, una compagnia buona, un pezzo di storia di Portofranco che continua a generare vita.
Mario Amman, Portofranco Milano