Addio smartphone in classe: abbiamo tolto agli studenti una droga?
5 Novembre 2025 2025-11-05 11:15Addio smartphone in classe: abbiamo tolto agli studenti una droga?
Addio smartphone in classe: abbiamo tolto agli studenti una droga?
Addio smartphone in classe. Abbiamo tolto agli studenti una droga?
Dal 1° settembre 2025, il Ministero dell’Istruzione e del Merito ha vietato l’uso dei telefoni cellulari nelle scuole secondarie e di secondo grado.
Come ogni provvedimento, anche questo ha sollevato sia critiche che adesioni, ed ognuna delle due afferma le proprie ragioni nell’avere a cuore l’educazione dei ragazzi.
«Ma come – Tuonano i fautori del progresso- l’educazione all’uso critico degli strumenti, la possibilità culturali attraverso le connessioni, l’imposizione delle leggi sulla libertà individuale!»
Dall’altra molti fra professori e genitori sono ben contenti del provvedimento; i primi perché finalmente non devono lottare contro la Smartphone-dipendenza e potrebbero avere l’attenzione della classe sullo studio, oltre al fatto che ragazzi durante l’ora di intervallo, non avendo con sé i telefonini socializzano fra loro. I secondi tirano un sospiro di sollievo, denunciando così la loro impotenza e la loro preoccupazione nel vedere i propri figli solo sui social, atteggiamento che sta diventando ormai una problematica con risvolti spesso patologici.
Ma cosa accade nella realtà di tutti i giorni nelle scuole dopo il decreto? Abbiamo fatto qualche indagine a Portofranco per comprendere come le varie scuole si stanno organizzando e come viene recepito dai ragazzi questo provvedimento. Si può dire che siamo ai “lavori in corso”.
La maggior parte della dirigenza scolastica ha recepito il provvedimento, non senza emendamenti e critiche, e si sta organizzando per renderlo operativo sia dal punto di vista logistico (dove mettere gli smartphone ritirati ) e legale ( la scuola si prende responsabilità della proprietà privata).
A noi, fondamentalmente, interessa che tutto questo sia per tutti, adulti professori e i ragazzi, recepito come momento di riflessione, di sfida, di rapporto,
C’è in ballo la figura dell’adulto, di come può giocarsi con creatività, con una proposta che altrimenti potrebbe sempre essere vista solo come una imposizione e basta, e non come una possibilità educativa reciproca da riscoprire. A questo proposito vi rimandiamo a una esperienza molto interessante già cominciata prima del decreto in una scuola di Bologna, nel 2022. Si tratta dell’intervista al preside Marco Ferrari, del liceo Malpighi di Bologna.
Buona lettura!
Franca Silva, Portofranco Milano
Ci vuole coraggio. O almeno una grande determinazione per chiedere ai propri studenti che hanno fra i 13 e i 19 anni di spegnere il loro smartphone e di consegnarlo prima di entrare in classe per poi riprenderlo alla fine di tutte le lezioni. E non è tutto: il preside del Liceo Malpighi di Bologna, Marco Ferrari ha chiesto di rispettare la stessa limitazione anche ai professori. Niente più notifiche luminose a distrarre dalla spiegazione, nessun messaggino spedito fra un’interrogazione e l’altra, nessuna chat attiva finché l’attenzione deve restare tutta sulla cattedra.
Una proposta che ha fatto notizia, ma perché così tanto clamore?
«Abbiamo toccato un tasto importante che è il rapporto fra libertà, educazione e autodeterminazione: mettiamo in discussione il dogma contemporaneo che i ragazzi possano fare tutto attraverso una bella proposta educativa e formativa. Se lo scopo della scuola è quello di far crescere e relazionarsi, ecco che questo è un aiuto in più, non uno strumento salvifico ma che serve».
E il fatto di coinvolgere anche il corpo insegnanti è stato un passo ulteriore?
«Non sono solo i ragazzi ad aver bisogno di disintossicarsi dall’uso continuo dello smartphone e non ha senso parlare e sostenere un’idea se poi non la si mette in pratica, noi per primi».
Ci sono delle eccezioni? Deroghe per qualcuno?
«Intanto sottolineo che gli studenti per legge hanno diritto ad avere il cellulare con sè a scuola, ma non ad usarlo durante le lezioni. Lo smartphone è uno strumento con tante funzioni e oltre alla messaggistica, alla navigazione e alle chiamate lo usiamo anche per tante altre cose. Io, per esempio, lo uso spesso per le letture in aula. Nel dibattito sulla nostra proposta sono emersi quei casi in cui il cellulare serve per esempio a monitorare dei parametri vitali e stati di salute: se serve lo possono tenere, non siamo degli irresponsabili!».
Sappiamo che tutto sommato i vostri studenti hanno accolto la proposta in modo positivo…Qualche contestazione o manifestazione di scontento?
«Dopo i primi giorni di sperimentazione ci sono stati dei commenti positivi da parte dei ragazzi. È stato evidente che ci si è liberati di quel meccanismo per cui comprensibilmente la testa va alla notifica quando il dispositivo vibra o si illumina e si viene a creare una vera a propria dipendenza che quando manca, si sente. E si sta meglio. Noi abbiamo cercato di liberarci di questo solo per sei ore al giorno, fuori dalla scuola torna tutto come prima. Contestazioni fondamentalmente due, prevalentemente dagli studenti più grandi: i non averli coinvolti nella decisione prima di metterla in atto e aver incluso anche l’intervallo nelle ore di stop al cellulare. Dal canto nostro lo abbiamo fatto per il loro bene e questo loro lo capiscono. Si devono fidare di noi e dopo la sperimentazione di quest’anno, se non avremo fatto un passo avanti come credo, allora si tornerà al vecchio stampo: la libertà in ogni caso non la si ha da una cosa che da dipendenza. Siamo in un buon clima di comunità. E la scuola è questo, comunità».
Siete riusciti in qualche modo a fare quello che casa spesso resta solo un tentativo. Che dicono i genitori?
«Può darsi e i genitori ce ne sono grati. Se a scuola questa sarà un’esperienza felice a casa potranno replicarla. O magari no».
Il telefonino è anche uno strumento, oltre che di grande distrazione, pericoloso nel momento delle verifiche: non è così? La tecnologia sostituisce benissimo i vecchi bigliettini e i cpmpiti in classe passati…
«Certamente è così, anche se noi con questa regola ci siamo concentrati sulla sua potenza distrattiva. I ragazzi sono svegli e veloci, internet dà le informazioni che possono servire a passare un test, ma non è questo il punto. L’intento è un altro: costruire un ambiente di apprendimento libero dalla dipendenza».
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