La grande partita dell’educazione

Cari Amici,

recentemente il quotidiano Avvenire ha ospitato la lettera del rettore di una fondazione scolastica (link)  su un tema di attualità al termine dell’anno scolastico: il possibile esito negativo, in altri termini la bocciatura. La lettera ha provocato un certo dibattito tra i lettori: è giusto bocciare ? Come e perché si devono tenere in conto elementi quali l’autostima dei ragazzi, l’impegno o meno degli insegnanti, i sistemi educativi, le varie disabilità? Su questo argomento è intervenuto anche Alberto Bonfanti, presidente di Portofranco, che oltre alla sua esperienza pluriennale di educatore, ha anche fatto riferimento al “metodo” di Portofranco. Ecco la sua lettera al direttore di Avvenire.

“Caro Direttore,

Ho letto con attenzione il dibattito sulla bocciatura che il vostro giornale ha proposto in questi giorni ai lettori e vorrei offrire un piccolo contributo in base alla mia esperienza di insegnante e di presidente dell’associazione Portofranco, che si occupa proprio di lotta alla dispersione scolastica.

La prima ed essenziale osservazione è che la questione decisiva non è giudicare gli esiti e valutare come affrontarli, ma mettere al centro il processo di educazione nel cammino dell’istruzione.

Per il docente la prima questione non è chiedersi se o perché e come bocciare ma: cosa ho insegnato, come l’ho insegnato? Ho messo in atto tutto quello che potevo fare per far gustare la mia lezione e quindi far apprendere lo studente?

Inoltre, capire i veri motivi dell’insuccesso scolastico non è solo un problema dello studente ma della relazione educativa e quindi è una domanda anche sull’insegnante e sul consiglio di classe.

Mi onoro di avere avuto come amico e maestro Don Giorgio Pontiggia, sacerdote ed educatore milanese morto nel 2009, che – quando era rettore – ogni settimana si faceva dare il quadro dei voti dei ragazzi in difficoltà e si chiedeva con i docenti cosa mettere in atto per “muovere” la libertà dello studente. Il quale poteva, come può ora, non volere farsi aiutare, ma anche la sua volontà di non farsi aiutare non lasciava tranquillo Don Giorgio ma generava in lui un’indomabilità di proposta al ragazzo che si declinava in interventi didattici/educativi i più originali e pertinenti per cercare di entrare in rapporto con lui.

Questo mi sembra fondamentale, perché quando il ragazzo non si lascia aiutare non devo certamente sostituirmi alla sua libertà ma chiedermi: perché accade così? Cosa ho io, come adulto, da imparare in questa situazione?

Per questo don Giorgio ha bocciato pochissimo durante i suoi anni di rettorato, e sempre in accordo con lo studente e la famiglia. Per lui educare istruendo era una avventura comune di studenti e docenti, era una ‘universitas’, e quindi una bocciatura era una sconfitta che va accettata, ma solo dopo aver fatto di tutto per evitarla.

Se mi si lascia passare un paragone calcistico, un bravo allenatore è chi sa trarre profitto dalle sconfitte della sua squadra, ma soprattutto chi fa di tutto per vincere le partite e quando la sconfitta arriva la ritiene un po’ anche sua.

Sempre questo mio amico ha avuto l’idea di realizzare un luogo, Portofranco, dove accompagnare gratuitamente i ragazzi ad apprendere la bellezza della conoscenza.

Nella mia esperienza di questi 19 anni a Portofranco, dove sono passati più di 30.000 ragazzi delle medie superiori di ogni tipo di scuola e di ogni estrazione sociale, culturale, etnica e religiosa, ho visto che la bocciatura è sempre un dramma: è per il ragazzo un primo insuccesso nel rapporto con la realtà che può incrinare legami affettivi e che può sfociare in quella che chiamiamo devianza sociale.

Per questo è decisivo che il ragazzo non percepisca l’esito scolastico come un giudizio sulla sua persona, ma come un momento di arresto per poter ripartire. Questo può accadere solo dentro l’approfondimento di un legame tra l’adulto e il ragazzo in cui lo studente può percepire di avere come compagno una persona che, proprio perché non fa coincidere il giudizio su di lui con l’esito scolastico, dopo aver fatto di tutto per evitare questa battuta di arresto cerca nuove vie per rilanciarlo.

Sulle scale di Portofranco campeggia questa frase di Plutarco: “I ragazzi non sono vasi da riempire ma fuochi da accendere”. A me pare che questo dibattito sia molto interessante perché costringe tutti noi a rilanciare il tema decisivo di ogni società e di ogni tempo, che è il problema educativo, non relegabile agli anni dell’istruzione scolastica ma che in questi anni vive un momento fondamentale.

Concludendo mi sento di affermare che per poter educare istruendo sia determinante focalizzare tutta la nostra attenzione, il nostro impegno sul processo e non su come accettare l’esito.

Per dirla con Plutarco occorre chiedersi: cosa permette, cosa favorisce l’accendersi del fuoco che ogni ragazzo ha in se’? Cosa favorisce l’accendersi di quelle esigenze di verità, giustizia, bellezza e bene che costituiscono il cuore di ogni uomo?

È da qui che si apre la grande partita dell’educazione.

Alberto Bonfanti

Presidente di Portofranco”.

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